
Manhattan, ore 9.15 p.m.
Una settimana prima
Ecco fatto, le sigarette erano finite, e quello non era neanche il più grande dei suoi problemi. Il problema più grande era che non aveva soldi per comprarne altre. Non aveva abbastanza soldi neanche per entrare in uno dei bar nei pressi di Times Square a flirtare con le studentesse universitarie come faceva di solito. Così come ormai non poteva più permettersi neanche un pieno di benzina, che poi era l'unica ragione percui era stato costretto a raggiungere Manhattan in metro, rigorosamente senza biglietto, perché non poteva certo regalare alla compagnia dei trasporti uno dei suoi ultimi dollari.
In definitiva, era la sua completa indigenza a costringerlo a vagabondare senza meta immerso in una folla di festaioli spendaccioni alla cui categoria, per aspetto, pur sembrava appartenere.
Sospirò. Non lavorava ormai da Natale, e gli incarichi si erano fatti sempre più rari. Il suo conto in banca ormai era asciutto, e forse gli sarebbe convenuto sacrificare la sua indipendenza ed accettare le proposte d'affiliazione che i mafiosi gli offrivano sempre, almeno avrebbe avuto il portafoglio e la pancia sempre pieni. Certo, odiava prendere ordini, ma con l'indipendenza non ci si sfama.
Un altro sospiro, la mancanza di nicotina iniziava a farsi sentire.
Dalla tasca dei jeans tirò fuori un portafogli, da cui estrasse un fogliettino bianco appallottolato in malo modo. Spiegazzò il fogliettino e si accertò un'ultima volta dell'indirizzo che doveva raggiungere. Non era esattamente il modo in cui era solito sbrigare i suoi affari, ma il tizio al telefono era stato tremendamente insistente, e lui aveva tremendamente bisogno di soldi.
Con lo sguardo calato sul biglietto che stringeva fra le mani, gli capitò di urtare un turista giapponese armato di macchina fotografica, che si scusò immediatamente producendosi in un rispettoso inchino.
"Non si preoccupi. Nessun problema", rispose, raccogliendo il foglio che gli era scivolato dalle mani e ricambiando l'inchino.
Percorse un altro centinaio di metri, dopodiché svolto a destra, e poi ancora destra, fino a ritrovarsi in un vicoletto lontano dalle luci e dalla folla della strada principale. Il vicolo era lungo ma stretto e buio, pieno di lerciume ed immerso nel vapore della metropolitana che usciva dai tombini. L'aria che vi si respirava puzzava tremendamente d'urina.
"Che razza di posto... un pisciatoio!", sbottò, appoggiando la schiena al muro.
Portò automaticamente la mano all'altezza del taschino della camicia, nel posto dove solitamente portava l'inseparabile pacchetto di marlboro soft, ma lo trovò inesorabilmente vuoto.
"Al diavolo!".
Diede un'occhiata all'orologio: era in perfetto orario, come al solito. Del resto la puntualità, nel suo mestiere, era tutto, e lui era un vero professionista.
Tirò fuori dalla tasca dei jeans un portafogli diverso dal primo. Sorrise. Secondo il passaporto il turista giapponese si chiamava Saeba Ryo e gli aveva appena regalato 2000 dollari e qualche centinaio di yen.
"Arigatou, Saeba-san", disse, imitando la parlata giapponese e producendosi in un inchino questa volta molto più ironico.
All'indomani, una volta fatto il pieno di benzina alla sua amata Mini, avrebbe provveduto a recapitare il portafogli, che conteneva ancora documenti e carte di credito, presso l'ambasciata giapponese a New York, perché quella di non prendere mai più del necessario era una delle sue regole professionali.
"Complimenti, signor Navarro. Vedo che non ha perso il suo "tocco" ".
L'uomo della telefonata era arrivato all'appuntamento.
"Riserva il signore a persone più importanti di me. Io preferisco che mi si chiami semplicemente Ken".
Una settimana prima
Ecco fatto, le sigarette erano finite, e quello non era neanche il più grande dei suoi problemi. Il problema più grande era che non aveva soldi per comprarne altre. Non aveva abbastanza soldi neanche per entrare in uno dei bar nei pressi di Times Square a flirtare con le studentesse universitarie come faceva di solito. Così come ormai non poteva più permettersi neanche un pieno di benzina, che poi era l'unica ragione percui era stato costretto a raggiungere Manhattan in metro, rigorosamente senza biglietto, perché non poteva certo regalare alla compagnia dei trasporti uno dei suoi ultimi dollari.
In definitiva, era la sua completa indigenza a costringerlo a vagabondare senza meta immerso in una folla di festaioli spendaccioni alla cui categoria, per aspetto, pur sembrava appartenere.
Sospirò. Non lavorava ormai da Natale, e gli incarichi si erano fatti sempre più rari. Il suo conto in banca ormai era asciutto, e forse gli sarebbe convenuto sacrificare la sua indipendenza ed accettare le proposte d'affiliazione che i mafiosi gli offrivano sempre, almeno avrebbe avuto il portafoglio e la pancia sempre pieni. Certo, odiava prendere ordini, ma con l'indipendenza non ci si sfama.
Un altro sospiro, la mancanza di nicotina iniziava a farsi sentire.
Dalla tasca dei jeans tirò fuori un portafogli, da cui estrasse un fogliettino bianco appallottolato in malo modo. Spiegazzò il fogliettino e si accertò un'ultima volta dell'indirizzo che doveva raggiungere. Non era esattamente il modo in cui era solito sbrigare i suoi affari, ma il tizio al telefono era stato tremendamente insistente, e lui aveva tremendamente bisogno di soldi.
Con lo sguardo calato sul biglietto che stringeva fra le mani, gli capitò di urtare un turista giapponese armato di macchina fotografica, che si scusò immediatamente producendosi in un rispettoso inchino.
"Non si preoccupi. Nessun problema", rispose, raccogliendo il foglio che gli era scivolato dalle mani e ricambiando l'inchino.
Percorse un altro centinaio di metri, dopodiché svolto a destra, e poi ancora destra, fino a ritrovarsi in un vicoletto lontano dalle luci e dalla folla della strada principale. Il vicolo era lungo ma stretto e buio, pieno di lerciume ed immerso nel vapore della metropolitana che usciva dai tombini. L'aria che vi si respirava puzzava tremendamente d'urina.
"Che razza di posto... un pisciatoio!", sbottò, appoggiando la schiena al muro.
Portò automaticamente la mano all'altezza del taschino della camicia, nel posto dove solitamente portava l'inseparabile pacchetto di marlboro soft, ma lo trovò inesorabilmente vuoto.
"Al diavolo!".
Diede un'occhiata all'orologio: era in perfetto orario, come al solito. Del resto la puntualità, nel suo mestiere, era tutto, e lui era un vero professionista.
Tirò fuori dalla tasca dei jeans un portafogli diverso dal primo. Sorrise. Secondo il passaporto il turista giapponese si chiamava Saeba Ryo e gli aveva appena regalato 2000 dollari e qualche centinaio di yen.
"Arigatou, Saeba-san", disse, imitando la parlata giapponese e producendosi in un inchino questa volta molto più ironico.
All'indomani, una volta fatto il pieno di benzina alla sua amata Mini, avrebbe provveduto a recapitare il portafogli, che conteneva ancora documenti e carte di credito, presso l'ambasciata giapponese a New York, perché quella di non prendere mai più del necessario era una delle sue regole professionali.
"Complimenti, signor Navarro. Vedo che non ha perso il suo "tocco" ".
L'uomo della telefonata era arrivato all'appuntamento.
"Riserva il signore a persone più importanti di me. Io preferisco che mi si chiami semplicemente Ken".
2 commenti:
Mirko....ma sei un dottore od un "mariuolo"? :-P
Riccardo carissimo! Quanto tempo!
Spero che a te e a Martina vada tutto alla grande! :D
Questo sarà il più "napoletano" dei miei pg, vedrai... :P
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